Febbraio 2007


II racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo. La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori.

Catechismo della Chiesa cattolica, 390

Il peccato originale spiega molte cose ed evita di cadere in una antropologia ingenuamente ottimistica, ma è proprio la spiegazione del peccato stesso che appare poco convincente.
Abbandoniamoci alla fantasia ed immaginiamo che l’evento primordiale possa essere imputato a Lucy, ma perché dovrebbe ancora scontarne le conseguenze il signor Rossi?
Persino noi cerchiamo di non far ricadere sui figli le colpe dei padri e delle madri.

Ogni vero uomo non può che provare dolore al pensiero che tutti gli orrori accaduti sulla terra e anche oggi frequenti e diffusi non trovino alcun compenso in ciò che la religione chiama eternità. Erano ragionamenti che facevo già negli anni trenta, quando scrivevo: «Il compimento e la realizzazione delle possibilità, e sto parlando delle possibilità della società libera, della società come dev’essere, dipendono dall’esito dei conflitti storici».Come si vede, allora credevo veramente nella vittoria della rivoluzione. Poi però continuavo: «E anche dopo la fondazione della nuova società, la felicità di coloro che ne faranno parte non rappresenterebbe alcun compenso per le sofferenze di coloro che oggi sono oppressi nella società presente».
Questo rimpianto per le verità religiose, che si vorrebbe non fossero inaccettabili, indica anche la maniera con cui oggi la religione può essere difesa e conservata. Anche nei regno della libertà continuerebbe a pesare sull’umanità la colpa che nella dottrina teologica è chiamata peccato originale. Perciò la realizzazione di tutte le possibilità, quale che sia, non significherebbe mai, in ogni caso, quell’assoluto appagamento che in passato la religione ha promesso.
(…) Dirò una frase alquanto audace: senza una base teologica, l’affermazione che l’amore è migliore dell’odio resta assolutamente immotivata e priva di senso. Perché l’amore dovrebbe essere migliore dell’odio? Appagare il proprio odio arreca spesso più soddisfazione che non appagare il proprio amore. Perciò è necessario riflettere seriamente sulle conseguenze prodotte dalla liquidazione della religione.

Max HORKHEIMER, Rivoluzione o libertà?, Milano, Rusconi Editore, 1972, pp. 54-56

Interessante, ed è vero che senza Dio non ci sarà compenso per coloro che soffrono oggi. Forse però non è vero che senza una base teologica non si può sostenere che l’amore e migliore dell’odio.

Se avessimo voluto, avremmo dato ad ogni anima la sua direzione; si è invece compiuta la mia sentenza: “riempirò l’Inferno di uomini e di dèmoni insieme”.

Corano, 32,13

Perché mai Dio dovrebbe comportarsi così?
Perché dovrebbe rifiutare un aiuto che può dare e voler invece riempire l’inferno?

Quanto all’affermazione di Cristo, che molti sono chiamati e pochi eletti (Matth., XXII, 14), non darà luogo ad ambiguità se ci ricordiamo di ciò che dev’esserci abbastanza chiaro, che cioè ci sono due specie di vocazione.
C’è la vocazione universale, che risiede nella predicazione esteriore dell’Evangelo per mezzo della quale il Signore invita a sé, indifferentemente, tutti gli uomini, anche coloro ai quali l’offre per la morte e come prova di grave condanna.
C’è una vocazione speciale, di cui rende partecipi i soli credenti, quando per mezzo della luce interiore del Suo Spirito fa in modo che il Suo insegnamento sia radicato nei loro cuori; benché talvolta si valga di una simile vocazione anche verso coloro che illumina per un certo tempo e che poi, a causa della loro ingratitudine, tralascia e getta in un più grande accecamento.

Calvino, Istituzione della religione cristiana, III, XXIV

Se così fosse, preferirei la grave condanna…

Il Bene non giace in un luogo, privando gli altri di sé, ma è in colui che può accoglierlo e in chi non può non è presente. Come per le altre cose, non è possibile pensare alcunché quando ad una cosa si pensa e ad un’altra si attende, ma conviene non sovrapporre null’altro a ciò che si pensa, perché sia pensato; così anche qui bi¬sogna ritenere come impossibile che comprenda Quello, chi ha nell’anima l’impron¬ta di qualche altra cosa, che è perciò in lui attiva. È impossibile che l’anima, occupata nelle altre cose, si figuri l’immagine del contrario, ma, come si dice della materia, che è necessario che essa sia priva di qualità se vuol ricevere le forme di tutte le cose, a maggior ragione l’anima deve essere senza forma, dacché non deve esserci alcun impedimento, affinché essa raggiunga il suo soddisfacimento e la luce perfetta della prima Natura. Se è così, è necessario che l’anima, allontanatasi da tutte le cose esteriori, si rivolga del tutto verso l’interno e, straniatasi da tutto ciò che è esterno, tralasci la conoscenza di tutte le cose, anzitutto quella che consiste nelle sensazioni, poi quella che consiste nelle idee, ed anche la conoscenza di se stessa, e si affisi così nell’Uno, a lui congiunta; quando ne avrà acquistato sufficiente familiarità essa, se può, rivelerà anche ad altri questa comunione.

Plotino, Enneadi, VI, 9, 11

Se non mi conosco più, che mi importa di essere in Dio?

Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “È forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “0ppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?” – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dètte la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli; chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo noi lavarci? Quali riti espiatòri, quali giochi sacri dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un’azione piú grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!”. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. “Vengo troppo presto – proseguí – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest’azione è ancora sempre piú lontana da loro delle piú lontane costellazioni: eppure son loro che l’hanno compiuta!”. Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?”.

Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125

«Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa?» si chiede Nietzsche, nemico e accusatore di Dio.
So che Nietzsche ha una quantità di adoranti sostenitori che saranno pronti a sostenerlo lottando fino alla morte, ma a me sembra che la tragicità della volontà di potenza finisca col rovesciarsi in una triste farsa.

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Francesco Guccini

Grazie, Francesco!

18 Poi riguardo ai figli dell`uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. 19 Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell`uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. 20 Tutti sono diretti verso la medesima dimora:tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere.
21 Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? 22 Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Qohèlet 3,18-21

Contro ogni presunzione di atei e di credenti

Io sono il padrone della mia forza, e sono tale se so di essere unico. Nell’Unico anche il padrone torna nel suo nulla creatore dal quale è generato. Ogni essere superiore, sia Dio, sia l’Uomo, indebolisce il senso della mia unicità; solo di fronte al sole di questa coscienza questi esseri svaniscono. Se io fondo il mio destino su di me, sull’Unico, esso si fonda allora sul suo creatore, contingente e mortale, che consuma se stesso, ed io posso affermare:
Ho fondato il mio destino su nulla.

Così scriveva Johann Kaspar Schimidt, più noto come Max Stirner (1806-1856).
Si sarà mai sentito solo?

Così cantava Giorgio Gaber.
«E io Dio potrei anche esserlo, se no non vedo chi» aggiungeva.
Io, lo confesso, se fossi Dio sarei proprio in imbarazzo perché di questo mondo ‘un ci capisco ‘n cazzo.