Il giorno di Natale il ragionier Contini era solo in casa. Beh, proprio solo non era più. C’era anche il gatto.
Era un po’ restio a dargli un nome. Sarebbe stato come farne un membro della famiglia. Quale famiglia poi, dal momento che viveva solo e stava quasi sempre in ufficio? Per ora lo avrebbe chiamato soltanto gatto, con la minuscola, un nome certamente azzeccato. Non li poteva sopportare quelli che chiamavano il gatto Pantera, Leopoldo (abbreviato in Leo) e simili schifezze.
Comunque un bel problema questo gatto. Contini abitava al quarto piano ed il portone era sempre chiuso, con tanto di cartello: «Per la sicurezza di tutti, i signori condomini sono pregati di chiudere sempre il portone». Ma i gatti hanno delle esigenze fisiologiche. Che fare?
Contini si rassegnò all’unica ipotesi possibile: chiedere ai signori Rossi, che di gatti ne avevano quattro.
Se si esclude il fastidiosissimo rito dei solenni auguri di buon Natale e «se non ci vediamo» di felice anno, l’operazione riuscì brillantemente. La signora Rossi gli diede un intero sacco da 5 chili di lettiera per gatti. Come vaschetta per il momento si poteva usare un catino.
Per pranzo Contini aveva dei ravioli di zucca da condire con burro e salvia. Forse per il gatto non era la soluzione migliore. Così aprì una scatoletta di tonno al naturale.
Non fece in tempo a sollevare il coperchio. La bestiola, che per la fame avrebbe mangiato anche soltanto del pane, sembrò in estasi, si strusciava sulle gambe accompagnandosi con un ron ron di soddisfazione.
Servito il gatto, Contini si mise a mangiare i suoi ravioli ed a sorseggiare il suo merlot. Certo, pensava, sarebbe stato meglio un buon bicchiere di clinto, almeno una volta l’anno. Ma ormai sembrava un vino introvabile.
Il micio cercò un paio di volte di salire sul tavolo, ma Contini, senza esitazioni, lo depose a terra. A ciascuno il suo posto, per carità.
Mangiava poco Contini. Dopo i ravioli si concesse, come d’abitudine nei giorni festivi, un goccio di brandy, seduto in poltrona con la TV accesa, ma la spense subito. Troppe chiacchiere inutili sul Natale in ogni parte del mondo.
Natale. Il Salvatore si fa uomo. Ma se siamo salvati, com’è che sembra d’essere sempre nella stessa melma, com’è che oggi si soffre e si uccide quanto e più che prima di Cristo?
Alzò le spalle. Non valeva neanche la pena di chiederselo. Era solo un mito non del tutto usurato dal tempo.
Che buono il profumo del brandy che si andava scaldando tra le mani. Piacevole sorseggiarlo in poltrona con il gatto accoccolato sulle gambe.
Eppure sarebbe stato bello avere un Dio vicino, un Dio che avesse provato i nostri dolori e volesse consolarli: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò».
Dio era, in fondo, l’unica speranza di giustizia. L’unico che potesse impedire al boia ed al torturatore di avere l’ultima parola. L’unico che potesse compensare la vittima innocente. Ma dove diavolo stava?
In quel momento sentì bussare alla porta. Non aspettava mai nessuno, tanto meno il giorno di Natale.
«Chi sarà mai?»
Aprì la porta e vide un ometto dimesso e mal vestito, che non sembrava nemmeno tanto pulito. Sbuffò pensando che non aveva moneta e non gli andava proprio di dargli una banconota.
«Mi hai cercato – disse l’ometto – e sono venuto. Ti chiedevi dove fossi. Eccomi qui, a casa tua. Fammi entrare».
«Ti ho cercato? Se nemmeno ti conosco».
«Mi conosci, mi conosci. Ci siamo incontrati tante volte. Ma tu hai sempre fretta o ti ubriachi di lavoro. Il lavoro è soltanto un mezzo. Nella vita occorre un fine».
«Hai ragione» pensò Contini, ma non lo disse. Anzi, lo apostrofò con un «Non cercare di prendermi in giro. Chi diavolo sei?»
«Beh, diavolo non mi sembra appropriato. Sono Dio, non l’hai capito?»
«Non ci credo. Per dimostrarmelo dovresti farmi un miracolo e sono sicuro che non sei in grado. E poi, anche se ci riuscissi, anche se fossi Dio, son ben arrabbiato con te. Sono davvero molte le cose che dovresti spiegarmi».
«Hai ragione. Non faccio più miracoli e capisco che tu sia arrabbiato. Il fatto è che mi sono sbagliato…»
Contini scoppiò a ridere. «Come? Persino il papa pretende di essere infallibile e tu, che dici di essere Dio, ti saresti sbagliato?»
«Già, mi sono sbagliato. Ho creduto che voi aveste bisogno del mio aiuto. Ho creduto di poter fare qualcosa per voi. Ma il risultato è stato un disastro. Vi siete abituati ad aspettare da me anche quello che avreste ben potuto fare da soli. Sempre lo stesso ritornello: “Dio, facci un miracolo” oppure “Perché non ci pensa Dio?”. Mi avete preso per il Tappabuchi ed avete cercato di scaricare su di me le vostre responsabilità. Così ho capito che se le cose devono andare bene, sono più io ad aver bisogno del vostro aiuto che voi del mio. Mi lasci entrare ora?».
Contini fece strada. Fece accomodare Dio in salotto, sul divano e gli chiese ironico se voleva del vin santo. Dio sembrò gradire l’idea. Nella bottiglia non ne era rimasto molto, ma bastò.
Contini riprese il discorso: «Troppo comodo, caro il mio preteso Dio, hai lasciato fare Hitler, Stalin, Pol Pot, Pinochet ed ora vieni a dire che avremmo dovuto pensarci noi. Troppo comodo davvero. Non insegna il tuo vicario che tu sei onnipotente?»
«Mi sbaglio io, vuoi che non si sbagli il mio vicario? Ma tu, tu che dici a me, che cosa hai fatto per contrastare l’ingiustizia?»
«Bella questa. Non credevo che anche Dio giocasse a scaricabarile. E vieni in casa mia ad importunarmi con queste balle!». Si stava innervosendo Contini e guardava tra l’irritato ed il perplesso lo sconosciuto che tentava di addossargli le colpe di Dio. Altro che farsi carico dei nostri peccati.
Si alzò, lo prese per un braccio e gli disse: «Se ne vada». Cercò di spingerlo, ma lo sconosciuto. che sembrava di piombo, chiese: «Vorresti davvero scacciare Dio dalla tua vita?»
«Perché – reagì Contini – è forse stato nella mia vita sino ad oggi? Ha fatto sentire in qualche modo la sua presenza?» e spintonò l’estraneo, che, nonostante fosse apparentemente un ometto, gli resisteva senza sforzo.
Il confronto fisico si trasformò in lotta finché un colpo non raggiunse Contini all’articolazione del femore e lo costrinse a desistere.
Allora Dio lo guardò tranquillo e disse: «Vedi, Contini, non posso servirmi della mia onnipotenza. L’ho messa da parte per fare posto a voi, perché portiate tutta intera la vostra dignità. Ognuno di voi può fare poco, ma insieme potete fare molto. E tutto ciò che fate a chi ha bisogno è come se fosse fatto a me».
Contini non volle arrendersi: «E tu mi vieni a dire queste cose? Non sai neanche il mio nome. Continui a chiamarmi con il cognome che hai visto sulla targhetta della porta».
«Lo so che ti chiami Luigi, ma lo hai quasi dimenticato anche tu. Per tutti, persino per te, sei solo Contini… Ora ti lascio, ma tornerò a trovarti. Abbiamo ancora molto da dirci».
Contini si sedette ansimante in poltrona, ma continuava a sentire un dolore alla gamba. Fu così che si svegliò sudato mentre il gatto affamato gli piantava le unghiette nelle pelle. Era ormai buio. Vien buio presto a Natale.
«Devo aver fatto uno strano sogno» pensò.
Tutto era in ordine. Non c’erano tracce di lotta, ma nella vetrinetta la bottiglia del vin santo era vuota.
Gennaio 3, 2008